In questa sezione sono raccolti avvisi e aggiornamenti relativi alle attività del Master.
IL BLOG DEL MASTER - Community of Practice
Ri.So.R.Ge.
Ricostruire in modo sostenibile con risorse genetiche
La città sostenibile
Catastrofi naturali o provocate dall’uomo ridisegnano gli orizzonti e portano a nuove ri-costruzioni. Per vedere la città del futuro non basta pensare a tecnologie all’avanguardia e sistemi di AI ma serve anche uno sguardo al passato quale lente di ingrandimento con cui esaminare le sfide ambientali del nostro tempo e le cui fondamenta sono state gettate in un’epoca molto lontana. Gli antichi romani anticiparono principi che ancora oggi consideriamo essenziali per una gestione urbana efficiente e sostenibile. I nostri antenati svilupparono sistemi rispondenti alla quotidianità con una visione lungimirante, pensando alla qualità della vita e alla gestione razionale delle risorse, sorprendentemente in linea con i principi di sostenibilità contemporanea. Gli Antichi Romani elaborarono pratiche del territorio anche attraverso primordiali “comunità energetiche” basate sul concetto di condivisione, gestione collettiva delle risorse e autoconsumo collettivo. Ne sono esempio le terme pubbliche (Comunità di Calore) oggi "hub energetici" pubblici al pari della CER contemporanea cioè gruppi di cittadini, piccole/medie imprese, enti pubblici o associazioni locali uniti per produrre, condividere e consumare energia rinnovabile a livello locale riducendo la dipendenza dalla rete. Muoversi in modo sostenibile è il processo per avvicinarsi all’equilibrio tra uomo e natura; quella ricerca di equilibrio che gli Antichi Romani avviarono e la tecnologia contemporanea deve continuare a cercare di realizzare. Sebbene separati da millenni e in contesti diversi, l'intento di rispondere alle sfide ambientali è comune. La sostenibilità non è quindi un punto di arrivo ma un cammino perpetuo.
Laura Antonelli
L'illusione del controllo
Nel Master in "Ricostruzione e Resilienza", impariamo che il controllo totale è una "pia illusione". Mentre oggi molti giovani cercano rifugio nell'ossessione per il corpo per colmare l'assenza di certezze stabili, questo percorso insegna l'accettazione del disastro come evento inevitabile. Attraverso l'intersezionalità tra ingegneria, economia rigenerativa e diritto, la crisi evolve da minaccia a opportunità. Non puntiamo a dominare l'imprevisto, ma a costruire precauzione e sostenibilità duratura. La vera resilienza non è una sfida individuale, ma una consapevolezza sistemica per abitare il futuro con competenza e coraggio.
L’articolo di copertina di qualche settimana fa di Internazionale parlava di crisi, ma in un modo diverso dal solito. Era titolato "Gara con se stessi". L’articolo descrive una tendenza sempre più diffusa tra i giovani: poiché è diventato più difficile raggiungere i tradizionali traguardi dell’età adulta, come il matrimonio, la genitorialità, una carriera stabile e un lavoro sicuro, molti cercano di affermare il proprio controllo sul corpo e sul tempo. In questo contesto, la pratica di attività fisiche sempre più estreme può trasformarsi in una vera e propria ossessione per l’allenamento, fino a diventare l’elemento centrale della vita quotidiana.
Se avessi letto questo articolo solo un anno fa, avrei tratto da questo studio l’epilogo di una società votata alla mera apparenza di chi vuole mettersi in mostra sui social.
Oggi no, non lo leggo così, no. Perché son una studentessa del Master di Ricostruzione e Resilienza.
Il primo pensiero che ho avuto è stato di illusione: "Che pia illusione!" mi sono detta. Il Prof Monaldi ce l’ha ripetuto all’infinito: pensare di avere il controllo su qualcosa, su qualsiasi cosa, non è che una pia illusione.
E no, questa presa di coscienza non deve mandarci in crisi, o forse sì, ma consapevolmente, perché in fondo è proprio questo il punto.
Come ci ha insegnato la professoressa Ruggeri raccontandoci della diversa cultura giapponese, il punto è l’accettazione naturale del disastro, della crisi. Come qualcosa che certamente accadrà.
Dal Master poi, nella sua fisionomia trasversale delle discipline, sto sperimentando l’intersezionalità anche come tassonomia della crisi stessa.
Sulla probabilità si fonda la definizione del rischio in ambito ingegneristico quale interazione tra la pericolosità dell'evento, l’esposizione e la vulnerabilità.
Ecco, mi sono detta, solo le scienze esatte riescono a mettere il controllo dentro la cartella della prevenzione.
Invece no, forse. Ed ho pensato alle lezioni di economia rigenerativa, dove nel tempo lungo della sostenibilità l’intervento pubblico non si limita a correggere le crisi, ma costruisce attivamente le condizioni per uno sviluppo duraturo, equo e compatibile.
Passando per la crisi come scusa a crisi come opportunità, senza trascurane i riflessi nelle singole identità anche sociali, dopo ogni lezione del master sono sempre più consapevole, disponibile ad essa.
Lei c’è, ovunque. E si non ci sono più i tradizionali indicatori di maturità. Ma il controllo del corpo, non ci salvaguardia dal disastro, dall’inevitabile, dalla crisi. Non ne facciamo una questione personale, ma privata.
Perché il diritto pubblico è quello più privato che c’è.
Valentina Boldrini
Consumo di suolo e ricostruzione post-sisma: un equilibrio necessario
Il consumo di suolo è uno dei temi più delicati per il futuro delle Marche, una regione che negli ultimi decenni ha costruito molto più di quanto sia cresciuta la popolazione.
Il sisma del 2016 e la successiva ricostruzione hanno messo in luce il rischio che la ripresa edilizia generi nuovo consumo di suolo nelle aree interne, soprattutto nella provincia di Macerata.
Dopo il sisma, la ricostruzione ha aperto una sfida nuova: come ricostruire senza consumare altro suolo?
La risposta arriva oggi dalla Legge Regionale 19/2023– Norme della pianificazione per il governo del territorio che introduce per la prima volta un quadro chiaro e vincolante: il consumo di suolo deve tendere a zero, limitare le previsioni di occupazione di suolo non consumato e favorire la rigenerazione urbana e territoriale.
Questo significa che:
nuove urbanizzazioni sono ammesse solo se non esistono alternative;
la rigenerazione urbana diventa la via prioritaria;
ogni nuovo intervento che consuma suolo deve prevedere misure compensative: rinaturalizzazione, deimpermeabilizzazione, recupero ecologico.
Appare evidente il cambio di visione rispetto alla vecchia legge regionale n. 34 del 1992: non basta più “limitare”, ora bisogna compensare.
La nuova legge impone ai Comuni di:
perimetrare il territorio urbanizzato;
definire una soglia comunale di consumo di suolo;
motivare in modo stringente ogni nuova previsione edificatoria;
pubblicare ogni anno i dati aggiornati sul consumo di suolo;
privilegiare interventi contigui all’urbanizzato, evitando dispersione e frammentazione.
Per un territorio complesso come ad esempio quello maceratese — segnato da espansioni sparse, capannoni dismessi, aree produttive sovradimensionate — questo significa che i vecchi PRG non sono più compatibili.
Anche la ricostruzione post-sisma dovrà quindi integrarsi con una pianificazione completamente rinnovata.
Oggi, però, il tema assume una nuova complessità: la ricostruzione post-sisma 2016, che entro il 2026 entrerà nella sua fase conclusiva, rischia di diventare — se non governata — un nuovo motore di consumo di suolo. Oppure, al contrario, può trasformarsi in un’occasione storica per rigenerare senza espandere, ricucire territori fragili e ripensare il modello insediativo marchigiano.
Ma, con lo stato normativo attuale, la confusione tra le varie norme e la difficoltà burocratica del ricostruire, come trovare il giusto equilibro?
Forse partendendo proprio da quella risorsa naturale essenziale, limitata e non rinnovabile su scala umana, che svolge funzioni ambientali, economiche e sociali fondamentali che è il suolo.
Se il suolo è una risorsa ambientale, è anche una risorsa “sconfinata” ovvero una risorsa che non si rifà a predeterminati confini amministrativi o politici. Il suolo risponde solo a confini naturali, come accade per tutte le risorse ambientali; ci deve essere corrispondenza geografica tra le competenze del decisore del suolo e la scala effettiva a cui accadono i fenomeni relativi al suolo.
Questo, sembra chiaro ma confligge con uno storico sistema di attribuzione delle competenze basato proprio sul fatto che siano i comuni, ovvero le particelle amministrative più piccole del Paese, a decidere di suolo.
Il valore aggiunto del suolo non sta nella rendita ma nei servizi ecosistemici che non rispondono a “confini politici”, gli stessi con i quali si decide.
Il problema sta nel capire se effettivamente il territorio può ancora o meglio per quanto tempo ancora garantire il funzionamento delle varie comunità e se esistono misure atte a fermare le previsioni di espansione previste.
Tali misure esistono e possono essere applicate grazie ad azioni politiche innovative e strategiche che in altri paesi del mondo hanno dato una svolta al costruire “ovunque e comunque”.
Il primo passo, a mio avviso, verso questa direzione è quello di sensibilizzare tutti gli attori coinvolti, a partire dai cittadini.
Aumentare il livello di conoscenza significa prendere coscienza che esistono oltre alle “solite regole di mercato” anche altre forme di gestione del territorio: mirate politiche ambientali che integrate ad altre politiche possono migliorare la qualità della vita di ogni cittadino e far progredire l’intero paese nel rispetto della risorsa suolo.
Mara Braconi
“A piedi scalzi sulla terra mia”: la melodia del ritorno e l'avanguardia di restare
Qualche giorno fa ero in macchina e alla radio passava una canzone. Non avevo nessuna intenzione di scrivere un pezzo che riassumesse o citasse i concetti accademici analizzati durante il nostro percorso di studi al Master Risorge. Volevo lasciar perdere per un attimo le dispense. Ma la musica, a volte, arriva prima dei libri, e ho sentito l’urgenza profonda di fare una riflessione.
La canzone è "Al mio paese" di Serena Brancale.
Nei suoi versi ho ritrovato quel tormento che molti di noi conoscono fin troppo bene: la dinamica di chi decide di andare via, cercando altrove la propria identità e vivendo la fuga come una necessità assoluta, per poi scoprire che il richiamo di casa rimane costante, sottopelle. Vorrei che queste mie parole fossero un invito a guardare oltre quel bisogno di scappare. Vorrei che iniziassimo a coltivare, tutti insieme, un orgoglio più lucido e un ottimismo concreto verso i luoghi che abitiamo.
In fondo, quel brano esprime perfettamente la stanchezza di chi ha cercato il proprio destino lontano e la successiva consapevolezza che la pienezza dell'esistenza passa spesso attraverso la riscoperta delle proprie origini. Racconta il ritorno a casa come una vera e propria necessità dello spirito: il momento in cui ci si spoglia finalmente della maschera indossata per sopravvivere nella giungla urbana e si torna a respirare, ritrovando un ritmo che ha il sapore della verità.
Allora mi sono chiesta: cosa succederebbe se smettessimo di misurare il valore di un territorio dalla densità della sua folla e iniziassimo, invece, a guardarlo attraverso la qualità del tempo che ci restituisce?
Un cambio di prospettiva
La vera sfida, per chi abita questi luoghi o desidera rigenerarli, è iniziare a cambiare sguardo. Esiste una verità che spesso facciamo fatica ad accettare: lo spopolamento, pur nelle sue drammatiche fragilità, porta con sé una forma di bellezza che è una risorsa straordinaria. Parlo di una qualità della vita che le grandi metropoli hanno smarrito da tempo.
È giunto il momento di imparare a dire a chi vive fuori, senza timori, che qui si sta bene. Che queste zone, pur ferite, ci consentono di vivere in modo pieno e felice. Al contrario, siamo sempre stati abituati a raccontare le aree interne solo attraverso la lente della mancanza: meno servizi, meno opportunità, meno futuro. È la narrazione che ci sentiamo ripetere da una vita, quella che ci porta quasi a giustificare il nostro abitare in luoghi definiti "periferici", come se dovessimo scusarci per non essere altrove.
Ma ripensare i nostri territori significa, prima di tutto, rivalutare noi stessi. Dobbiamo imparare ad apprezzare la lentezza, lo spazio, il silenzio e quella dimensione relazionale che solo un borgo o una vallata sanno offrire. Questa non è una resa; è la scelta consapevole di un paradigma di benessere completamente diverso.
Borghi montani e città-mondo: geometrie di prossimità
Smettiamola di pensare a questi territori come a luoghi di isolamento, contrapponendoli a un'idea mitizzata di metropoli. Spesso dimentichiamo che anche chi vive nelle grandi capitali finisce per identificarsi quasi esclusivamente con il proprio quartiere. Il raggio d'azione quotidiano di un abitante di una grande città, alla fine, non è poi così diverso da quello di chi vive nei nostri centri montani: le relazioni di prossimità si somigliano molto.
Anche nelle città-mondo la vita si frammenta in piccoli borghi fatti di botteghe e volti noti; solo che, in quel contesto, la socialità è una conquista strappata con i denti al rumore e all’asfalto. Da noi, invece, il "quartiere" coincide con il respiro largo di un territorio che non opprime. Vivere qui non significa isolarsi: la connessione globale resta intatta, ma la comunità si rigenera nel tempo di una passeggiata, senza il filtro del caos. Non stiamo custodendo nostalgicamente le tradizioni del passato; stiamo praticando un'avanguardia umana che il resto del mondo ha smarrito tra le code nel traffico.
La vera crisi da superare, allora, non è demografica: è una crisi di autostima. Finché guarderemo al nostro vivere lontano dai grandi centri come a una sconfitta o a un limite, nessun progetto di rigenerazione potrà attecchire davvero. È arrivato il momento di smetterla di comportarci da sconfitti per il solo fatto di aver scelto il silenzio invece del frastuono.
Non c'è nulla di cui scusarsi. Chi abita questi luoghi è il pioniere di un modo di vivere più umano, consapevole e, in ultima analisi, più libero. Dobbiamo andare fieri della nostra scelta. Abitare dove il silenzio non è vuoto ma presenza, e dove la comunità è ancora un fatto reale e non solo un'applicazione sullo smartphone, è la vera avanguardia.
L'economia della cura
Forse, se impareremo a raccontare questa bellezza con l'orgoglio che merita, il vento cambierà. Forse, guardandoci, a qualcuno che fino a ieri pensava solo a scappare verrà una voglia diversa: quella di restare, o addirittura di tornare per ricominciare a costruire insieme a noi. Non siamo i custodi di un museo destinato all'oblio; siamo, proprio perché abbiamo conosciuto la fragilità, i pionieri di un futuro che ha finalmente imparato a valorizzare la vita.
Trasformare questa consapevolezza in un motore economico è la vera missione di chi oggi si occupa di progettazione territoriale, specialmente nelle aree colpite dal sisma. L’economia di cui abbiamo bisogno è un'economia della cura. Il terremoto, con la sua violenza, ci ha costretti a ricostruire, ma nel farlo ci ha anche restituito una verità dimenticata: il tempo è la nostra risorsa più preziosa.
La sfida ora è capitalizzare questo tempo con progetti capaci di unire innovazione e qualità della vita, integrando la connettività globale con la bellezza della prossimità fisica. Scegliere di vivere in spazi a misura d’uomo non è una rinuncia, ma una precisa scelta di campo: è la consapevolezza che il futuro appartiene a chi sa vivere "connesso localmente".
E tu, guardando fuori dalla finestra domani mattina attraverso la lente di questo nuovo sguardo, cosa vedrai? Un luogo da lasciare o la base da cui ripartire?
Roberta Camillucci
Con questo articolo, vorrei analizzare uno dei temi del Master “RI. SOR. GE.” dal punto di vista socio-economico. E’ necessario fare un'analisi più approfondita per definire le criticità dei territori marchigiani colpiti dal sisma del 2016.
I danni maggiori hanno riguardato una trentina di comuni delle provincie di Macerata, Fermo e Ascoli Piceno, tutti situati nella parte collinare e montana, con una popolazione residente prima dell'evento di circa 100.000 persone.
Dopo il sisma vi è stata un'ulteriore emigrazione verso la costa, lasciando quindi nei territori in esame solo la popolazione più anziana, e vulnerabile. Si dovrà quindi tener conto, che oltre alla ricostruzione prettamente urbanistica, è doveroso pensare alla ricostruzione socio - economica del territorio.
II sisma ha solo acuito una situazione che già prima del 2016 era problematica. La desertificazione bancaria, postale, commerciale, la crisi manifatturiera, la chiusura degli ospedali più piccoli, dei plessi scolastici, (ci sono le scuole ma non chi le frequenta), la carenza dei trasporti, sono solo una parte degli elementi che hanno portato ad uno spopolamento dei territori che prendiamo in esame.
La teorica re-immigrazione quindi, deve essere supportata con iniziative tali da rendere attrattivi questi luoghi non solo con il turismo nei fine settimana o nei periodi di vacanza, ma destinati ad essere vissuti per l'intero anno da una comunità di cittadini. Ritornare ad essere luoghi vitali ogni giorno. E’ necessario chiedersi se la politica locale con i suoi amministratori può e potrà essere in grado, da sola, di dirimere problematiche che vanno supportate dagli attori istituzionali, con piani mirati specifici.
E’ anche indispensabile che tutti i comuni più piccoli creino delle unioni per razionalizzare costi e servizi, ed avere unpeso politico maggiore, senza snaturare le caratteristiche peculiari di ogni territorio, oltre ad amministratori con capacità e professionalità specifiche, relativamente alle complesse problematiche da affrontare. Questo non vuol dire che occorrono "fusioni a freddo", assolutamente inutili, ma nemmeno possiamo pensare di poter accedere a fondi di qualsiasi genere o di poter fare investimenti sul futuro di questi territori senza avere le capacità professionali per poter operare.
Non dimentichiamo che proprio in questi giorni sono stati deliberati e ormai resi
operativi, i disconoscimenti di alcuni comuni “montani”, con metodi più che altro
geopolitici, piuttosto che sociali, riducendo ulteriormente le poche risorse pubbliche.
Si deve lavorare ad un "progetto condiviso", che coinvolga tutti gli attori abilitati a decidere. II governo, le amministrazioni regionali e locali, le università, i centri studi, le associazioni rappresentative, le istituzioni pubbliche e private che operano nei territori, e, in modo ancora più partecipe, i cittadini che sono l'anima del territorio.
Bisogna convincersi di applicare una "economia sociale", alternativa a modelli preconfezionati, spesso superati dallerealtà locali, che cerchino in ogni modo di ridare l’identità perduta ai luoghi ed alle persone che li abitano e li hanno abitati.
In una sola parola bisogna che si ricreino le “Comunità” con le loro identità storico-culturali, il patrimonio di conoscenze arricchito dalle nuove generazioni, che possono essere un volano ai bisogni di una popolazione profondamente ferita.
Gabriele Cardinali